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Smart working: rischio burnout?

Just Knock

14/05/2020

Con il termine burnout (esaurimento) si è soliti indicare una sindrome che colpisce i lavoratori e indica un forte livello di stress che determina logorio psicofisico ed emotivo.

Inizialmente, la sindrome del burnout è stata associata a tutte le professioni sanitarie e assistenziali a causa dei rapporti umani che si instaurano con i pazienti affetti da patologie gravi o che comunque sperimentano situazioni reiterate di angoscia, disabilità, sofferenza, determinando frustrazione nel personale che non riesce a fare la differenza e a migliorare la condizione del paziente.

Da anni la sindrome è invece riconosciuta in qualsiasi contesto lavorativo e durante questi mesi di quarantena il rischio che molti lavoratori ne fossero affetti è drasticamente aumentato.

Non è stato facile per tutti sperimentare il lavoro da remoto: infatti alcuni si sono ritrovati a dover conciliare le faccende domestiche, l’educazione dei figli e il lavoro all’interno della propria abitazione, talvolta trovandosi in spazi ridotti.

Questa nuova routine ha seriamente aumentato il rischio di casi di burnout, soprattutto dal momento che non si ha più un ritmo specifico che scandisce il trascorre del tempo: se infatti prima il tragitto da e verso casa, l’appuntamento in palestra o al bar con gli amici, uno spettacolo serale o qualsiasi altra fonte di divertimento poteva rappresentare un momento di separazione tra la vita privata e quella lavorativa, adesso la diversificazione dei contesti è completamente azzerata.

In uno scenario di isolamento prolungato, è probabile che aumenti l’ansia, lo stress e l’abbassamento del benessere e della produttività sul lavoro.

Come è possibile quindi evitare o ridurre il rischio di burnout nei lavoratori?

Lo smart working ha dimostrato di essere una modalità di prestazione del lavoro vantaggiosa, perché ha garantito ai lavoratori la possibilità di risparmiare risorse economiche per gli spostamenti casa-lavoro e ha fatto guadagnare tempo prezioso da poter trascorrere con i propri affetti.

Il punto è che sarebbe necessario stabilire dei confini tra vita lavorativa e privata.

Secondo il parere degli esperti, sarebbe consigliabile stabilire degli obiettivi giornalieri. Lo smart working, in effetti, inteso come nuova filosofia del lavoro, non tiene conto del canonico orario, ma prevede che i dipendenti performino per obiettivi. Inoltre, si suggerisce ai lavoratori di garantirsi delle pause durante il giorno, staccandosi dalla postazione e occupandosi di altre attività. È importante che il lavoratore riesca a ritagliarsi uno spazio tutto per sé e che riesca a trovare una valvola di sfogo dall’alienazione derivata sia dall’isolamento che dallo svolgimento delle proprie attività di fronte al pc.

A livello di azienda, non bisognerebbe trascurare la possibilità di organizzare degli incontri personali durante la settimana per discutere vis-a-vis sull’andamento delle attività lavorative e su eventuali discordanze o incomprensioni. Probabilmente è da questo punto che bisogna ripartire, perché il lavoro agile non può fare a meno dell’imprescindibile rapporto umano e di collaborazione che si instaura tra colleghi.

Va precisato in ultimo che la situazione che stiamo attraversando è solo transitoria. Presto si potrà tornare alla vita di tutti i giorni, senza però tralasciare quello che è stato vissuto.

Le modalità di lavoro da remoto non andrebbero abbandonate, ma dovrebbero essere riviste per consentire ai lavoratori di conciliare i propri impegni a distanza, ma restando umani.

 

 

 

       

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