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Perché i laureati italiani non trovano lavoro?

Just Knock

28/05/2020

In Italia si affronta ormai da anni lo spinoso problema dell’occupazione dei laureati.

Com’è possibile che dai tre ai cinque anni dal conseguimento dell’ultimo titolo di studio universitario, un giovane italiano non riesca a inserirsi pienamente nel mercato del lavoro?

Come abbiamo riportato in un post durante questa settimana, il nostro Paese si trova ben al di sotto della media europea per quanto riguarda l’occupazione dei giovani laureati tra i 20-34 anni.

Si tratta di una situazione davvero estenuante per la stragrande maggioranza di ragazzi che, dopo aver investito sul loro futuro, aver lasciato la propria famiglia per cercare di specializzarsi altrove, non riesce a trovare una stabile situazione lavorativa.

Secondo alcuni esperti del settore, uno dei problemi principali per le aziende di trovare le migliori risorse per le loro esigenze è la mancanza di profili qualificati in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica).

Altri però affermano che profili con un così tale livello di competenze scientifiche rischierebbero di non trovare una occupazione in linea con le loro aspettative.

Perché? È presto detto! Il tessuto economico italiano si basa prevalentemente su micro, piccole e medie imprese e soltanto per una piccola parte su aziende di grandi dimensioni. Sarebbero quest’ultime le più propense a investire in ricerca, sviluppo e innovazione. Il risultato è che, a fronte di investimenti limitati, sarebbe impossibile garantire a tutti i profili di area STEM un’occupazione e molti si troverebbero ad accettare lavori sotto qualificati per le loro mansioni pur di lavorare o tentare la fortuna in un Paese straniero.

Non bisogna tralasciare i laureati nelle discipline umanistiche che, stando ai dati, avrebbero più difficoltà di trovare un’occupazione in base al loro percorso di studi.

È interessante notare che oggi per alcune posizioni più “tecniche”, se si pensa al mondo del digitale ad esempio, sono richiesti profili umanistici per facilitare l’utilizzo agli utenti di infrastrutture, servizi e prodotti tecnologici.

In Italia inoltre, rispetto ai vicini europei, si paga lo scarso investimento nel settore della pubblica amministrazione: nel vecchio continente esso rappresenta un bacino occupazionale notevole e che garantisce una remunerazione medio-alta.

Cosa si può quindi implementare a livello nazionale per tentare di risolvere il problema?

Se domanda e offerta di lavoro non si incontrano, la causa potrebbe ritrovarsi all’interno di un sistema scolastico-universitario che non tiene conto dell’evoluzione del mercato del lavoro, delle nuove esigenze delle aziende e delle trasformazioni sociali in atto da anni.

Il mondo della formazione dovrebbe dialogare maggiormente con il mondo dell’impresa con l’obiettivo di creare dei ponti di collegamento multidisciplinari per sviluppare competenze umanistiche, scientifiche e sociali allo stesso tempo, come avviene negli atenei anglosassoni.

Un profilo che riesce a coniugare competenze trasversali potrebbe essere più appetibile per le aziende e riuscire a trovare un’occupazione in linea con le sue aspettative lavorative ed economiche, colmando così, almeno parzialmente, il gap tra domanda e offerta.

Si chiede però uno sforzo anche ai futuri candidati: soprattutto durante il periodo della formazione è fondamentale coltivare le proprie soft skills, dedicarsi ad attività extra curriculari, conoscere meglio se stessi e, sulla base della conoscenza di sé, fissare degli obiettivi concreti da raggiungere.

Secondo il tuo parere, qual è la causa principale della disoccupazione dei laureati italiani?

 

 

 

       

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