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Smart working = ritirarsi in grotta?

Just Knock

25/06/2020

I fatti

Lo scorso fine settimana, nel consueto messaggio social ai suoi followers su Instagram, il sindaco di Milano Beppe Sala ha pubblicamente dichiarato che “è giunto il momento di tornare al lavoro”, chiedendo a gran voce la fine del periodo di smart working.

Secondo Sala, l’effetto grotta per cui "si sta a casa e si percepisce lo stipendio regolarmente ha i suoi pericoli" e, dal momento che la situazione sanitaria del Paese sembrerebbe essere migliorata, chiede che si ritorni alla normalità e quindi al lavoro in ufficio.

In questi mesi, lo smart working ha permesso a migliaia di aziende di fronteggiare l’emergenza sanitaria, garantendo allo stesso tempo la continuità del business e la sicurezza dei dipendenti.

Questa nuova modalità, apprezzata da chi più chi meno, ha consentito ai lavoratori di riacquistare il proprio tempo, evitando gli spostamenti casa-lavoro e viceversa, ha ridotto l’impatto dell’inquinamento nelle città, ha permesso alle persone di attribuire valore a tutte quelli aspetti della vita che si davano per scontati.

Opinioni

Ma questa è solo una chiave di lettura.

C’è chi può essere d’accordo e chi no. Infatti, in una lettera inviata al Corriere della Sera, Sala ha voluto indicare a sostegno della propria tesi quali sono le sue preoccupazioni sull’utilizzo costante dello smart working.

A suo dire, questa modalità di lavoro per molti si traduce in assenza di limiti di tempo prestabiliti, mancanza di regole che disciplinino la prestazione lavorativa da remoto e la difficoltà di coniugare esigenze lavorative e familiari, soprattutto quando a casa ci sono dei bambini da accudire.

Il sindaco di Milano rincara la dose, enfatizzando la necessità per ogni individuo di coltivare le relazioni umane (che in lavoro a distanza sono limitate) e temendo che, senza una fase transitoria dal modello di organizzazione tradizionale a quello smart, siano le fasce più deboli a farne le spese (i giovani e le donne con figli).

Senza una strategia chiara, il rischio concreto è quello che molti posti di lavoro vengano tagliati, aumenti la disoccupazione e la disparità sociale e che si rischi di perdere contatto con la propria vita e le proprie libertà.

Il sostegno

Critico nei confronti dello smart working è stato anche Pietro Ichino giuslavorista e più volte parlamentare, che si è scagliato contro la Pubblica Amministrazione in un’intervista pubblicata su Libero.

Secondo Ichino, per i dipendenti della PA il lockdown è stata “una vacanza pressoché totale retribuita al 100%” e chiede che il Ministero della Pubblica Amministrazione fornisca dati attendibili su quanti dipendenti pubblici si siano attivati veramente per fare smart working.

Conclusioni

Ciò che traspare da queste affermazioni è l’idea più o meno diffusa che un lavoratore da casa non ottemperi adeguatamente ai suoi compiti. E forse è proprio questa mentalità che fa più paura e che ha fatto storcere il naso a più di un lavoratore che ha letto o ha sentito queste interviste.

Lo smart working è un’opportunità che può garantire maggiore flessibilità e può introdurre una filosofia del lavoro basata sul raggiungimento degli obiettivi. È possibile che sia necessaria una transizione da un modello classico a uno più in linea con le esigenze di una società ormai digitale e iperconnessa, ma quella che va cambiata è anche la mentalità con cui ci si approccia a qualcosa di nuovo.

Alla luce di queste considerazioni, sei favorevole all’introduzione dello Smart Working permanete in azienda? E se si, preferiresti lavora da casa 5 giorni su 5, 2-3 su 5 o anche un solo giorno?

 

 

 

       

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